Cenni critici

La confusione è entropia. Megi la combatte e delimita il campo della forza umana con un riquadro protetto da un leggero filtro, campo talvolta proporzionato al bordo del quadro, secondo l’arcana legge della sezione aurea. Al di là c’è la casualità ostile della natura.

Ma la natura è subdola. Penetra nella mente ed incrosta il corpo di cicatrici caratteriali, residuo sulla persona – persona viene dall’etrusco, che in quella lingua significa maschera – di battaglie perse.

Nei ritratti femminili, Megi individua ad una ad una queste Waterloo. A volte vecchi stereotipi del galateo altoborghese. Al polo opposto, eccessi costruttivisti che subordinano gli istinti alle esigenze positive del ruolo sociale. Ogni ritratto un tipo diverso. In comune c’è lei, la pittrice che salva nel dialogo con un’altra donna, con tante altre donne, quella possibilità di colloquio umano universale, oggi gravemente in pericolo per la standardizzazione dei comportamenti.

Questo determina il bisogno di parlare ad altre donne di se stesse, la generosità dei ritratti femminili di Megi Pepeu.

Fra i ritratti di sicuro non c’è una certa signora, elegante, efficiente, altezzosa, capace di continui ringiovanimenti, questa signora è l’Arte Affermata. Megi le ruba qualche capo d’abbigliamento, un gesto, un tic e lo trasporta nella sua tana, dove d’istinto trasfigura il segno, lo fonde ai ricordi nel legame con la corporeità.

In antitesi all’Arte Affermata, Megi prova un’ansia di presenza. Dalla disordinata vitalità degli orti incolti estrapola un bastone nero o un’asta bianca o un palo rosso: segni della presenza umana, cippi confinari della battaglia di riconquista che non termina mai. Il segno si ripete, si moltiplica nei sostegni in cemento di una vigna, finché la materia assorbe la luce che la individua nella forma e la differenza corrodendone la sostanza.

Proseguendo Megi si convince che il paesaggio è tutto antropizzato, per cui, calcando il profilo di un colle, riprende il movimento dell’incessante lavoro che nei trascorsi millenni ha modellato e rimodellato quel colle. Pian piano i vecchi colori del mondo si dissolvono nell’argenteo e nel rosato di un cosmo della speranza, nel quale il suo segno, il segno ormai completamente interiorizzato, soddisfa il bisogno di estroversione in una sorta di controdiario, di antidiario.

Proprio perciò i paesaggi di Megi tendono a scappare lontano. Ma il lontano non è altro che l’effetto di una sovrapposizione parziale di quelle impressioni di posti lontani sui ricordi remoti dei luoghi vicini. O viceversa, come in “Bora scura sul golfo” il bagno sulla diga a Trieste che assomiglia alla semplificazione dell’isola di San Giorgio a Venezia nell’essenzialità della pittura moderna.

La pittura di memoria è sempre affamata di ricordi. Ma alla pittura come dialogo con se stessa basta una pera sul tavolo per dire tutto.

(da un articolo critico del dott. Giulio Montenero)